Violenza domestica

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La violenza domestica è un fenomeno esteso, anche se ancora sommerso e pertanto sottostimato, e trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione ed etnia: non esiste quindi una “tipologia” di persona maltrattata. La violenza generalmente provoca importanti danni fisici e psichici, di breve e lungo termine, e può direttamente o indirettamente portare anche alla morte della vittima. Una delle più gravi conseguenze psicologiche della violenza consiste in una grave e pervasiva invasione del sé, che annienta il senso di sicurezza della persona e la fiducia che ha in sé stessa e negli altri.

La persona violenta, che ricorre a maltrattamenti di tipo fisico e/o psicologico come ad esempio gli insulti, i meccanismi di controllo sugli spostamenti fisici del partner e sulla sua disponibilità finanziaria, è una persona con delle serie difficoltà, incapace di esprimere le proprie emozioni e le proprie idee in modo sano e costruttivo. La violenza domestica, anche se non direttamente subita, si ripercuote negativamente sui bambini che compongono il nucleo familiare con conseguenti problemi di salute e di comportamento come ad esempio la difficoltà nello sviluppare relazioni intime e positive. Subire violenza è pertanto un’esperienza traumatica.

La realtà specifica del Ticino mostra come ogni ceto sociale possa essere interessato dal fenomeno della violenza domestica, un tipo di violenza che viene sempre più frequentemente subita anche dagli uomini. In Ticino sono attive due strutture di accoglienza per le donne vittime di maltrattamenti: la Casa delle donne per il Sottoceneri e la Casa Armònia per il Sopraceneri. La casistica delle persone ospitate in queste due case mostra come sia però più facile che a queste strutture si rivolgano donne svizzere appartenenti a ceti di basso reddito o donne straniere. Questo avviene in quanto le donne che subiscono violenza e che possiedono i necessari mezzi finanziari che hanno parenti e /o conoscenti disposti ad aiutarle, possono allontanarsi autonomamente dal partner violento, facendo riferimento soltanto ai servizi di aiuto e sostegno forniti dai consultori.

Interpellata in merito, la signora Sonny Buletti, responsabile dell’Associazione Consultorio delle donne di Lugano, ha evidenziato come, nel 40 % circa dei casi di maltrattamento a carico di donne straniere, la paura di perdere il permesso di soggiorno e l’eventuale diritto di custodia dei figli sia così radicata da spingerle a non ribellarsi alla violenza domestica.

A tutt’oggi in Svizzera vi è uno scarso interesse legislativo e politico per la questione della protezione delle donne, soprattutto se straniere. Alla luce di questo fatto l’attività dell’Associazione Consultorio delle donne e dell’Associazione Armònia diviene, per stessa ammissione della signora Buletti, un “tappabuchi”. La realtà con la quale le associazioni si confrontano è spesso quella di situazioni estreme e di fortissimo impatto emotivo in cui le donne che subiscono violenza si ritrovano intrappolate (soprattutto a causa dell’impossibilità di trovare e mantenere un’attività lavorativa che le renda economicamente autosufficienti). Il demone da esorcizzare e sconfiggere diviene pertanto l’accettazione della violenza da parte delle vittime e la ripetizione degli schemi violenti alle generazioni successive. Un dato che deve far riflettere è infatti il seguente: in oltre vent’anni di attività il Consultorio  delle donne di Lugano si è confrontato con un solo caso in cui una donna chiedeva aiuto dopo il primissimo caso di maltrattamento da parte del partner.

La signora Buletti ha inoltre evidenziato come, negli ultimi anni, la violenza con la quale le associazioni e le istituzioni si devono confrontare sia divenuta più manifesta, estrema e disperata: è sempre più frequente dovere affrontare partner violenti che, per rintracciare la propria donna ospite presso le case protette, sono pronti a tutto, convinti di non avere più nulla da perdere. Oggi il fattore di rischio per gli operatori delle associazioni e per le donne ospiti delle strutture protette è rappresentato quindi dai mariti violenti e senza scrupoli che spesso possono contare sul sostegno di parenti per le “operazioni” di ricerca delle proprie mogli. I parenti, facendo “clan” e disponendo di tempo e di molteplici risorse, possono rintracciare e minacciare le vittime e chi lavora per le associazioni.

La signora Cornelia, operatrice principale  dell’Associazione Armònia, ha poi evidenziato che, in alcuni casi, quando la persona violenta non riconosce la violenza fisica e psicologica come un problema o un comportamento sbagliato da affrontare e superare, il maltrattamento sia difficilmente contrastabile. In generale gli atti violenti non sono direttamente correlati a dipendenze quali l’alcolismo e la tossicomania, è vero però che queste dipendenze possono intensificare la frequenza e l’intensità dei maltrattamenti.

Nel nostro Cantone non esistono strutture dedicate alla cura dei soggetti che hanno usato violenza e risulta altrettanto difficile obbligare questi soggetti a rivolgersi a servizi per la cura e la correzione dei comportamenti violenti. In Ticino inoltre, anche in casi di violenza domestica conclamata, risulta estremamente difficile che al genitore violento vengano negati i diritti di visita ai figli (esistono però strutture protette in cui i genitori che hanno usato violenza possono incontrare i propri figli). Oggi un’ulteriore ed insidiosa forma di violenza nei confronti delle donne, ma non solo, che sta prendendo piede è quella della denigrazione e della calunnia via Internet.

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La violenza domestica sul piano penale

Occorre fare una distinzione tra i reati perseguibili d’ufficio e quelli perseguibili a querela di parte. Le autorità perseguono i primi anche se la persona danneggiata non ha denunciato l’accaduto, mentre intervengono per reprimere i secondi unicamente se è stata sporta querela penale.

La querela è una dichiarazione con cui la persona danneggiata da un reato perseguibile a querela di parte chiede alle autorità competenti di aprire un procedimento penale.
In assenza di querela, l’autore del reato non sarà perseguito penalmente. La querela può essere sporta contro una persona nota o contro ignoti.  Può sporgere querela penale chiunque sia stato danneggiato da un reato. La querela può essere presentata anche dal rappresentante legale (ad es. i genitori per i minorenni).

Ogni Cantone stabilisce presso quale autorità e in quale forma deve essere presentata una querela. Di norma, la querela deve essere presentata, in forma scritta e firmata, al Pubblico Ministero o all’Ufficio dei giudici istruttori. Tuttavia, il danneggiato può rivolgersi anche a un posto di polizia. La polizia si occuperà poi di redigere la querela. Spesso sono a disposizione anche appositi formulari. La querela penale deve essere sporta entro tre mesi. Tale termine decorre dal momento in cui il danneggiato viene a conoscenza dell’identità dell’autore del reato.

Il ritiro della querela è definitivo: una volta ritirata, la querela non potrà essere presentata una seconda volta.

Per quanto concerne il procedimento penale si può dire che le autorità designate dal Cantone (Pubblico Ministero o Ufficio dei giudici istruttori) esaminano le denunce e querele presentate. Con l’aiuto della polizia accertano i fatti e decidono il da farsi. Se l’autorità giunge alla conclusione che è stato commesso un reato, essa può decidere di emettere un decreto d’accusa per i reati di lieve entità oppure deferire il caso a un tribunale. Tali decisioni possono essere sottoposte a un’autorità superiore. Nell’ambito del procedimento l’imputato dispone di vari diritti di difesa. A seconda della gravità e della complessità del caso, può rivelarsi indispensabile far capo a un avvocato. Il danneggiato può costituirsi parte civile e far valere pretese di risarcimento del danno e/o di riparazione morale. Nei casi più complicati è opportuno che anche il danneggiato faccia capo a un avvocato.

La novità sul piano penale, soprattutto legata alla casistica della violenza domestica, è la possibilità che, in alcuni casi, il colpevole sia perseguito d’ufficio.

Questa novità fa sì che l’onere della denuncia verso la persona violenta non spetti più alla vittima, ma è qualcuno al di sopra delle parti che stabilisce che questo comportamento va punito e agisce di conseguenza.

Infatti se nell’ambito della violenza domestica è la vittima che sporge querela di parte, spesso parenti, amici, fanno pressione psicologica affinché ci ripensi: le ricordano che sta procedendo contro il suo partner e il padre dei suoi figli, che magari può perdere il lavoro ecc. Normalmente la vittima ha paura a denunciare; si vergogna di quanto è successo, si colpevolizza e teme di peggiorare la situazione se denuncia la persona violenta.

Col perseguire d’ufficio il reato è come dire a vittima e colpevole che quanto è accaduto è intollerabile per legge e quindi va punito.

La vittima ha il diritto di chiedere una sospensione del procedimento, ma non lo può annullare.

Dal 1° gennaio 2008 la Polizia del Cantone Ticino può infatti ordinare l’immediato allontanamento, dalla propria abitazione e proibirne il loro ritorno, alle persone che usano violenza nell’ambito familiare.
La pattuglia di polizia interverrà dove chiamata e valuterà la gravità dell’episodio. Se esisteranno i presupposti, chiederà all’ufficiale della polizia cantonale di decidere in modo formale l’allontanamento dell’autore della violenza. L’autore della violenza dovrà lasciare l’abitazione e la durata del divieto di rientro avrà una validità di dieci giorni. Oltre a proteggere la vittima da pericoli imminenti, concederà un tempo di ripensamento sul loro futuro alle parti coinvolte. Con questa disposizione si vuole evitare ulteriore violenza nell’ambito familiare e tutelare le vittime con il principio di “chi picchia se ne va”.
Nel periodo dell’allontanamento la persona colpita da questa misura non potrà rientrare al suo domicilio neppure se la persona che ha subito la violenza è d’accordo.

Se non si vuole che allo scadere dei dieci giorni di allontanamento la persona violenta possa far ritorno al proprio domicilio, è importante sapere che bisogna rivolgersi al pretore per chiedere nuove misure adatte alla propria situazione.

Questa nuova legge, ancora in fase di divenire e di perfezionamento(va infatti evidenziato come risulti ancora difficile allontanare legalmente e fisicamente la persona violenta dal proprio domicilio), rappresenta sicuramente un passo avanti nella lotta contro la violenza: l’intervento delle forze dell’ordine durante le liti domestiche ha un forte impatto psicologico su chi usa violenza  in quanto identifica un tale comportamento come qualcosa di dannoso per la convivenza civile e come un atto effettivamente perseguibile da parte delle istituzioni.

Va comunque sottolineato come la legge di allontanamento forzato manchi però a tutt’oggi di una progettualità: non sono infatti previste strutture di accoglienza e di recupero per le persone violente, così come non sono poste delle condizioni al rientro al domicilio scaduto il termine dei dieci giorni.

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